Non solo l’Ucraina… le guerre nel mondo

La guerra del Tigrai (Etiopia)

Massacri di bambini, donne, anziani, stupri di gruppo, migliaia di profughi. È il volto della guerra in Tigrai, scatenata da Addis Abeba contro il governo regionale di Macalle, unico ad opporsi alle riforme di accentramento dei poteri volute dal presidente Abiy Ahmed. Il conflitto va avanti dal novembre 2020, con oltre 2 milioni di sfollati (su una popolazione di 6 milioni), circa 75mila profughi riparati in Sudan, 400mila morti, di cui 200mila per mancanza di cibo e oltre 100mila per assenza di cure mediche, dopo la distruzione delle strutture sanitarie e la devastazione di raccolti, armenti, depositi di cibo. Per far tacere le armi ci vorrebbe l’intervento della comunità internazionale, ma fin dall’inizio questo disastro è passato sotto silenzio, nonostante gli orrori quanto meno pari a quelli che scuotono gli animi per l’Ucraina.

Il conflitto in Yemen

Tra la fine dell’estate del 2020 e il mese di dicembre 2021 si calcola che nello Yemen siano morti quasi 2mila bambini soldato, costretti ad imbracciare un kalashnikov. La guerra è iniziata nel 2015, ma ha radici nella primavera araba del 2011, quando una rivolta costrinse il Presidente Saleh a cedere il potere al suo vice, Hadi. La rivolta del movimento islamico sciita degli Houthi nel 2015 ha poi costretto Hadi all’esilio, ma in suo sostegno è intervenuta una coalizione di sette Stati (Arabia ed Emirati Arabi sostenuti da Stati Uniti e gran parte dei governi occidentali), che ha attaccato gli Houthi per riportare Hadi al potere e ha precipitato nel caos il Paese, uno dei più poveri del mondo. Si calcolano circa 380mila morti, di cui oltre 100mila per i combattimenti e gli altri a causa di fame e malattie. Soffrono di malnutrizione acuta 2,3 milioni di bambini e di questi almeno 400mila rischiano di morire nei prossimi mesi. Almeno 4 milioni gli sfollati interni. Migliaia quelli che, tra enormi difficoltà, sono riusciti a rifugiarsi oltre confine e si affacciano ormai anche alle porte dell’Europa. Entrambi gli schieramenti in lotta chiudono l’accesso alle missioni umanitarie, ma tengono aperti i canali per la fornitura di armi.

La guerra infinita in Siria

Undici anni di conflitto con radici nelle primavere arabe, un vasto movimento popolare che chiedeva il rovesciamento del regime di Bashir Assad, ma che fu represso nel sangue, scatenando una guerra civile diventata guerra per procura tra varie potenze straniere. E alimentando l’esplosione dell’Isis. Un disastro che ha creato la più grande emergenza profughi nel mondo: su 21 milioni di abitanti, si calcolano 13,5 milioni di sfollati e 5,6 milioni di rifugiati oltre confine. Almeno 500mila i morti, in continua crescita. Oltre 550mila bambini cronicamente malnutriti. Ora, a undici anni di distanza, la minaccia dell’Isis è stata ridotta, ma non è affatto scomparsa. D’altra parte, invece, Assad è rimasto al potere, soprattutto grazie al sostegno militare e politico della Russia di Putin. Esattamente l’opposto di quanto è accaduto ai curdi i quali, dopo essere stati pressoché gli unici a combattere l’Isis, sono stati abbandonati a loro stessi e, proprio in questi giorni, fatti oggetto di bombardamenti da parte della Turchia: una pesante campagna militare di aggressione al popolo curdo da parte di Erdogan, proprio mentre quest’ultimo si presenta come pacificatore nella guerra in Ucraina! L’ormai endemico flusso di profughi miete sempre più vittime lungo i muri alzati dalla Fortezza Europa nell’Egeo e al confine tra Turchia e Grecia, ma anche nel Mediterraneo centrale, sulla rotta tra Libia e Italia.

La tragedia in Mali

L’ultimo grande massacro, in Mali, è della fine di marzo 2021: oltre 300 civili inermi, anche se alcuni sospettati di essere fiancheggiatori dei miliziani islamici, prelevati e uccisi a freddo. L’eccidio è attribuito alle truppe di Bamako e ai loro nuovi alleati, i soldati russi del gruppo Wagner, mercenari strettamente legati al governo di Mosca. Centinaia di vite spezzate che aggravano la spirale di violenza in cui il Paese è precipitato da dieci anni. Tutto è iniziato con la rivolta del 2012 per l’autonomia delle regioni sahariane settentrionali, popolate in gran parte da tuareg e berberi. Dopo poche settimane la guida della ribellione è stata presa da jihadisti di Al Qaeda e Isis. Il governo del presidente Touré ne è stato travolto, coi ribelli arrivati a proclamare il distacco dal Mali di tutto il Nord. Nel 2013, la Francia ha deciso l’intervento militare nella sua ex colonia. Ai reparti scelti inviati da Parigi si sono affiancate centinaia di militari da vari paesi europei e ben 18mila caschi blu Onu. Questa grande mobilitazione non ha fermato Al Qaeda e Isis, ma ha causato una guerriglia permanente, capace di colpire ovunque, mentre le truppe francesi sono state sempre più percepite dalla popolazione come il braccio armato di Parigi per il controllo dei suoi interessi nella regione, giudizio esteso anche agli altri contingenti europei. Ne hanno tratto vantaggio le formazioni fondamentaliste e si è sviluppato un sanguinoso conflitto interno tra gruppi etnici. Il risultato sono oltre 2 milioni di sfollati e non meno di 15mila morti (inclusi 260 caschi blu dell’Onu).

E cosa dice l’Occidente?

Come mai guerre atroci e lunghissime come queste non hanno ascolto nella politica italiana ed europea o nei media? Perché non sconvolgono la sensibilità delle persone? Lo stesso vale per altre crisi che provocano migliaia di morti e schiere di profughi. In Afghanistan, ad esempio, la fuga precipitosa degli eserciti occidentali lo scorso agosto ha posto fine ad un conflitto durato vent’anni, ma ha lasciato una terribile emergenza umanitaria creata proprio dalla guerra, mentre il regime dei talebani perseguita chi ha creduto nella costruzione di una democrazia (salvo essere stato abbandonato dagli Stati che hanno alimentato questo sogno). Oppure, in Somalia, dove una sanguinosa guerra civile e il terrorismo forte e radicato di Al Shabaab, che colpisce quando e dove vuole, si aggiungono a siccità, carestia, epidemie. O, ancora, in Nigeria, dove il terrorismo fondamentalista di Boko Aram, combinato con l’azione di bande di predoni e col crescere di conflitti etnici, ha provocato oltre 30mila morti e più di tre milioni di rifugiati.

A ricordarci tutto questo arrivano ogni giorno, alle porte dell’Italia e dell’Europa, migliaia di profughi in cerca di aiuto, testimoni disperati degli eccidi, del mondo di morte e sofferenza a cui sono sfuggiti. Ma forse l’Italia e l’Europa questi disperati non vogliono vederli.

La narrazione mediatica della guerra in Ucraina, con le sue forzature emotive, sembra talvolta costruita come se scoprisse per la prima volta l’orrore della guerra. Purtroppo, la conduzione di una guerra moderna prevede da decenni oramai la distruzione di dighe, centrali elettriche, sistemi di approvvigionamento idrico, ospedali, scuole, strade, ponti, ferrovie, aeroporti. Da questo punto di vista, l’attuale conflitto in Ucraina non si distingue da quanto è stato documentato negli interventi di alleanze ONU (Golfo 1991) o della NATO (Repubblica Federale di Jugoslavia, 1999), della coalizione angloamericana (Afghanistan 2002, Iraq 2003) o della Russia in Cecenia (1999) e in Siria (2015). Si tratta del resto della stessa modalità militare usata da Israele nelle sue “operazioni speciali” in Libano (2006) e a Gaza (2009). L’obiettivo finale è sempre distruggere l’ambiente fisico e la fibra sociale di un intero Paese e del suo territorio, l’esito è un trauma che raramente trova una sua ricomposizione. 1 maggio 2022 Associazione Lavoratori Pinerolesi (AlpCub)

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